Nello sport, per realizzare una grande prestazione, devi sgombrare la mente da tutti i pensieri negativi e da tutte le altre cose che possono togliere energia all’obiettivo sportivo fissato.
La figura del mental coach è fondamentale, sia negli sport di squadra che individuali, nella motivazione dell’individuo. Oggi sta avendo una grande diffusione proprio perché è riscontrabile che molti atleti professionisti di varie discipline sportive, con l’aiuto di un mental coach hanno raggiunto traguardi importanti ai fini della loro carriera sportiva. Nello sport gli aspetti motivazioni e dell’autorealizzazione, sono fondamentali per compiere un’impresa, e oltre all’aspetto razionale del coaching, anche la componente istintiva e della pulsione contribuiscono al raggiungimento dell’obiettivo. Queste due devono essere ben gestite appunto, attraverso consapevolezza e ragione.
Integrando l’intervento dell’allenatore “fisico” (aspetto fisiologico) con l’intervento dell’allenatore “mentale” (aspetto psicologico), si può raggiungere uno stato di benessere generale, stare bene con se stessi, con il proprio corpo e con la propria mente, ottenendo così che l’individuo sia in condizioni di predisporsi positivamente al perseguimento degli obiettivi.
Gli aspetti personali che condizionano positivamente o negativamente un atleta, sono il talento personale, la spinta emotiva verso il risultato, l’esperienza e tanto allenamento.
Capita spesso che durante la carriera di un atleta sorgano differenti problematiche e gli alti e bassi mentali influenzano il rendimento nello sport. L’integrità dell’Io nell’atleta, determina anche una stabilità affettiva ed emozionale, una gestione positiva delle emozioni, una condizione di sicurezza che abbinata alla lucidità mentale, permette di essere determinati e concentrati sul “campo”.
Lo sportivo prima di essere tale, è un essere umano, con pregi e difetti e con gli aspetti che lo caratterizzano. La vita privata incide molto sulla performance, così come una bassa autostima può determinare delle crisi o dei sensi di inadeguatezza al compito o ancora di inferiorità rispetto agli avversari, generando effetti negativi sulla prestazione sportiva.
Il valore dominante per uno sportivo, da cui poi discendono tutti gli altri, è la autorealizzazione: diventare pienamente se stessi che trascende il soddisfare solo i beni primari ma che tende all’apice della piramide di Maslow, è qualcosa che giunge dall’interno e che gratifica, lo Maslow stesso disse:
“Un uomo deve essere ciò che è capace di fare. Egli deve essere coerente con la propria natura. L’autorealizzazione è il desiderio di diventare sempre più ciò che si è idiosincraticamente, di diventare tutto ciò che si è capaci di diventare”.
L’ultimo bisogno della piramide di Maslow, stimola lo sviluppo delle potenzialità di una persona che porta alla crescita personale. In questo stadio le persone hanno superato la gratificazione del soddisfacimento dei bisogni primari e diventano persone migliori, più efficaci e realizzate.
Per un maggior senso di autoefficacia è importante compiere con gli atleti, alcune azioni consapevoli: innanzitutto, bisogna conoscere i propri punti di forza e debolezza e lavorare principalmente sui primi, poi è necessario analizzare la prova da sostenere e successivamente è utile individuare un modello vincente di riferimento, confrontarsi con altri sulle proprie convinzioni attenendosi al principio di realtà, facendo quindi i conti con la reale situazione, valutando dunque se l’impresa o l’obiettivo sia raggiungibile ed evitando così di creare illusioni che possono invece portare ad una crisi dell’identità modificando negativamente l’equilibrio psicofisico. E’ determinante inoltre, la percezione sicura della propria efficacia che da sicurezza, motivazione e convinzione.
Legata all’autoefficacia c’è l’autostima, la fiducia in sé. Essa è già presente in noi bisogna solo riportarla alla luce della consapevolezza e poi lavorare per mantenerne alto il livello. Un alto livello di autostima ci permette di essere sicuri di noi stessi, delle nostre potenzialità e delle nostre opinioni in campo professionale, sportivo e familiare. Inoltre ci aiuta a preservare dai sensi di colpa che condizionano negativamente il nostro stato. I sensi di colpa non ci aiutano a cambiare gli eventi del passato e non ci aiutano a vivere meglio il presente. Allora perché ci facciamo condizionare? Perché momentaneamente sembra che ne traiamo benefici ma successivamente ci risucchia nel vortice di quel circolo vizioso che negativizza la nostra condizione.
A volte non sono gli altri, ma siamo noi stessi a creare i presupposti per non aver fiducia in noi. Credere di non essere all’altezza e capaci di non affrontare una situazione, diventa una scusa e un alibi per non ammettere le nostre responsabilità.
Legata all’autostima c’è la volontà: è un ingrediente fondamentale in qualsiasi percorso di coaching. La volontà è la capacità di tenere duro di essere resilienti e ci richiama al principio dell’azione consapevole verso un fine. La volontà può essere inibita dall’ansia, dal panico, dall’insicurezza e da tutte quelle emozioni che creano uno stress al nostro organismo. Bisogna insegnare all’atleta a gestire queste situazioni, a trasformando lo stress negativo ( distress) in qualcosa di positivo che possa fare da forza propulsiva alla nostra azione (eustress). È il caso dell’atleta che cerca di rinviare l’allenamento o la partecipazione ad una gara importante. Quando ci si trova nell’imminenza di una difficoltà bisogna, anziché focalizzarsi sulla demotivazione a non fare, concentrarsi sulla soluzione ad agire rafforzando ancora di più la volontà.
Razionalmente tutto si può fare se si lavora sulla mente! Attraverso la volontà si diventa talentuosi.
Infine un altro ingrediente importante per sviluppare una mentalità vincente è l’ottimismo, essenziale per vivere una vita felice e di successo. Si basa sulla convinzione di essere del proprio destino e di poter controllare le proprie azioni
Per esprimersi al massimo livello sportivo dunque, nell’atleta sono fondamentali quattro aspetti: l’allenamento fisico, la preparazione tecnica, la preparazione tattica e l’allenamento mentale.
La figura dello sport mental coach è prioritaria per aiutare l’atleta a non cadere o, eventualmente aiutarlo a rialzarsi, modificandone i comportamenti e le emozioni negative utilizzandoli come punti di partenza sui quali costruire i successi futuri. Una figura che lavora “spalla a spalla” e di concerto con l’allenatore, con cui vanno definiti e pianificati gli obiettivi individuali e di team e con cui occorre intesa e fiducia.
È necessario, in definitiva, che l’atleta parta da alcuni punti fondamentali:
- L’accettare se stessi
- Operare con convinzioni le proprie scelte;
- Ritrovare e fortificare i valori in cui si crede;
- Opporsi alle persone che cercano di far leva sul proprio senso di colpa;
- Non cadere nelle provocazioni;
- Valutare se i sensi di colpa sono dovuti ad altri o sono autoindotti.
L’atleta, attraverso il coaching, deve sviluppare le capacità di regolare il proprio stato psichico e può farlo attraverso alcuni esercizi mentali, deve accrescere quelle abilità che lo renderanno idoneo ad ogni stadio della sua attività, deve imparare ad autoinfluenzarsi.
Le autoistruzioni servono molto per sviluppare una mentalità vincente, bisogna produrre pensieri, incitamenti, ordini, per darsi la carica e indirizzare la propria azione.
Il dialogo interno, o self-talk, aiuta a ordinare i pensieri favorendo l’attenzione e la concentrazione ed alzando lo stato di attivazione. Naturalmente devono essere istruzioni improntate tutte all’ottimismo quali ad esempio: “forza”, “non mollare”, “sono tranquillo”, “ho fiducia”. Si migliora così anche l’autoefficacia e il picco di performance personale.
Un altro esercizio mentale efficace è il processo di visualizzazione. Vedersi in tutte le dimensioni della realizzazione di un obiettivo (visivo, cinestetico, uditivo), vivere in maniera vivida la situazione che si vuole raggiungere, così da modificare il proprio inconscio.
Impostare gli obiettivi dunque o il livello di performance che si vuole (goal-setting) e pianificare passo dopo passo, fino al raggiungimento dell’obiettivo finale, ci permette di stimolare e motivare l’atleta nell’allenamento e migliorare la prestazione.
Il raggiungimento dello stato di flow, lo stato di grazia, lo stato psicologico ottimale, in cui si è immersi totalmente in quello che si sta facendo e per cui tutto il resto che è intorno non esiste, è l’elemento predisponente affiche si verifichi il peak-performance ovvero il massimo livello di prestazione sportiva.
Il mental coach è portatore sano di positività!
Innanzitutto bisogna fare un distinguo tra sport individuali e di squadra.
Negli sport individuali fanno ricorso con successo al mental coach gli atleti che svolgono uno sport in cui è necessario focalizzare tutte le energie in un tempo circoscritto (sciatori, nuotatori, sprinter ecc.) oppure in cui è fondamentale saper intervallare picchi elevati a periodi di pausa agonistica (golf, tennis, ecc.).
Negli sport collettivi, invece, il mental coach coadiuva spesso l’allenatore, sport in cui, si alternano fasi di agonismo a pause di gioco (pallavolo, football americano ecc.).
In uno sport continuativo e di squadra come è quello del calcio il bravo Mental Coach è colui che crea indipendenza, non dipendenza da sé: il suo compito deve essere quello di insegnare tecniche e strategie che poi ogni singola persona, in maniera autonoma, attuerà quando lo riterrà più opportuno.
Così come per l’allenatore, anche e soprattutto per il Mental Coach: il vero lavoro si compie nell’arco della settimana, nelle sessioni individuali e in quelle di gruppo o, al massimo, negli istanti che precedono la gara.
Il Mental Coach ha lavorato bene (nelle coaching individuali e di gruppo) quando porta ogni giocatore ad aver ben presente cosa deve fare prima, durante, e dopo la performance e, soprattutto, come farlo in base alle proprie, soggettive, esigenze.
Per questo, il Mental Coach non deve creare dei robot che rispondano a dei comandi ma, al contrario, deve sviluppare nell’atleta una profonda capacità critica e di ragionamento, deve contribuire a creare il famoso “giocatore pensante, il giocatore intelligente”, (non solo dal punto di vista tattico, ma anche dal punto di vista emotivo; ecco perché si parla spesso di intelligenza emotiva).
Ha intelligenza emotiva quel giocatore (e quella squadra) che si è allenato (in settimana) a gestire i propri stati d’animo, a capire quando attivare la propria concentrazione e invece ne può fare a meno (es. nei brevi momenti di pausa: quando si è infortunato un giocatore e entrano in campo “i sanitari”, quando c’è una sostituzione, nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo).
E’ ovvio che poi esistono delle fasi “situazionali” in cui, più che mai, serve attenzione, concentrazione, coraggio, determinazione: es. calci di rigore, calci di punizione, calci d’angolo (a favore e contro), cross da fondo.
In tutti questi frangenti il Mental Coach insegna ad ogni giocatore una tecnica di PNL (il c.d. ancoraggio: un’ancora è uno stimolo neuro-associato ad una risposta): l’atleta, attraverso un gesto (una parola o un’immagine), “attiva” l’ancora che è stata “programmata” nelle sessioni di coaching infrasettimanali e ciò gli permetterà di accedere alle “risorse emozionali” di cui ha più bisogno in quella determinata situazione.
Al di là della tecnica specifica, il compito del Mental Coach è quello di essere un “semplice” facilitatore del cambiamento affinché ogni singolo atleta, in maniera intelligente e autonoma, sappia cosa fare, quando farla e come farla.
Il Coach, tramite la sua eccellente capacità di ascolto, il suo intuito acuto, il suo rispetto costruttivo, il suo atteggiamento positivo, e, soprattutto, grazie alle sue competenze, supporta il giocatore nell’esplorazione di sé, gli insegna delle tecniche ben precise (da utilizzare in base ai contesti e in base alle sue esigenze soggettive), lo motiva e, infine, fa sì che quel giocatore dia tutto se stesso per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Nella prima fase di un intervento di coaching, bisogna dedicarsi alla maggiore raccolta possibile di informazioni e dati, di aspettative e obiettivi. Il mental coach deve dare spiegazioni su come si svolgeranno gli incontri, quali argomenti verranno trattati e quanto dureranno le sedute.
Per la massima efficacia del coaching, si deve creare un rapporto di fiducia tra mental coach/atleta o mental coach/squadra; perché questo accada bisogna far si che si crei una sorta di alleanza attraverso la condivisione motivata nel perseguire un obiettivo comune, ma ancor prima, il coachee deve sentirsi compreso e il mental coach accolto. Perché ciò avvenga occorre lavorare su competenza e carattere in modo da rafforzare la propria credibilità. Compiuti tutti questi passaggi il rapporto potrà definirsi funzionale e di successo.
Nello sport il mental coach è un supporto psicologico all’allenatore, è colui che si occupa di progettare e far svolgere gli esercizi di allenamento mentale alla squadra, di migliorare la loro comunicazione interna ed esterna, negli sport di squadra il mental coach è parte del team e si occupa di far sì che all’interno dello stesso la comunicazione sia efficace e soprattutto che aiuti i singoli componenti della squadra ad esprimersi al massimo delle proprie potenzialità. Di solito negli sport di squadra il coach trasforma un gruppo in una squadra!
Il mental coach lavora molto sulla pianificazione e programmazione, che può avvenire a livelli diversi.
Si parte dall’analisi della situazione iniziale, sia negli sport individuali che nella squadra, valutando le attitudini personali e le capacità, il tempo a disposizione da dedicare all’attività sportiva, il tempo da dedicare alla famiglia e alle relazioni sociali, le condizioni ambientali, i condizionamenti derivanti dall’ambiente naturale e sociale, e l’appoggio e le aspettative della società.
Si passa poi a definire l’obiettivo a breve, a medio e a lungo termine. Senza obiettivi non esiste motivazione e senza motivazione non si raggiungono gli obiettivi. Essi creano un focus attentivo, permettendo la canalizzazione di energie, indirizzano l’attenzione verso ciò che serve per conseguirli, generando ordine, definiscono ruoli, mansioni e compiti e consentono di misurare le performance. Gli obiettivi devono essere S.M.A.R.T. ovvero: specifici, misurabili, attivabili, realistici e con un tempo ben definito prefissato.
Si è appurato, infatti, che gli obiettivi specifici regolano l’azione in modo più preciso di obiettivi generali. Inoltre obiettivi moderatamente difficili miglioreranno maggiormente la prestazione, rispetto ad obiettivi del tipo “fai del tuo meglio”, così come la programmazione di obiettivi sia a breve che a lungo termine. Stabilire obiettivi intermedi SMART da conseguire per realizzare il goal finale ha un valore di carattere strategico: un obiettivo sviluppa una propria FORZA MOTIVANTE tanto maggiore quanto più il suo perseguimento è percepito come vicino e raggiungibile, sia da un punto di vista temporale che in termini di valutazione dello sforzo che ancora si deve produrre per realizzarlo.
Dopo la definizione degli obiettivi si passa alla determinazione dei contenuti: essi sono in stretto rapporto con gli obiettivi e sono dati dal tipo di disciplina e da tutte le conoscenze sulla materia, essi devono essere validi, significativi e interessanti. Si analizzano le eventuali attrezzature sportive in uso, valutando se sono fruibili, efficienti e in ottimo stato.
Si passa poi alla verifica e valutazione attraverso l’ausilio di test e misurazioni. Nella valutazione si tiene conto dei criteri interni, riferiti a sé stessi e alle proprie precedenti performance, e dei criteri esterni riferiti al gruppo, ai partecipanti a quella gara, alla posizione occupata nella graduatoria finale.
Si analizzano quindi i feedback in cui solitamente ci si trova davanti a due possibili risultati: il risultato è soddisfacente, quindi si riprende la programmazione e si lavora sul prossimo obiettivo, il risultato non è all’altezza delle aspettative e se ne deve dunque comprendere la ragione per correggere il tiro.
Guidare l’atleta a sviluppare una mentalità vincente: questo è l’obiettivo dello sport mental coach. Aiutare l’atleta a ripulire la propria mente da “spazzatura”, da quelle credenze depotenzianti e riprogrammarlo positivamente lavorando sulla gestione delle emozioni, creare nuove abitudini e trovare le strategie che possano portare l’atleta a far emergere il proprio talento. Innescare il processo del cambiamento comporta la presa di coscienza e di consapevolezza da parte del coachee della sua identità attuale. Il coach non dice mai cosa bisogna fare, ma attraverso il ragionamento, l’analisi dei vari aspetti, attraverso domande aperte che inducono ad una profonda riflessione, guida le persone a trovare la risposta. Il “sé” è la base del caching, sul quale lavorare per portare l’atleta verso la mentalità vincente ovvero, quella capacità ossessiva di trovare ogni giorno qualcosa di migliorabile e di fare in modo migliorarla. I team vincenti hanno sempre un elevato indice di competitività che si manifesta con la trasformazione dei limiti in possibilità. Poiché tutte le capacità, se allenate, tendono a migliorare progressivamente, anche la personale zona di Massima Prestazione (peak performance) tenderà a spostarsi in direzione di sfide sempre più impegnative.